A Milano è stato tempo di libri (sebbene forse non di lettori)

Impressioni dopo la visita a Tempo di Libri, 1ª edizione di una fiera del libro a Milano

di: Guido Tedoldi

Su Tempo di Libri, la fiera dell’editoria che si è tenuta a Milano dallo scorso 19 al 23 aprile, avevo speranze. Forse gli organizzatori avevano trovato un nuovo modo per avvicinare il pubblico dei potenziali lettori ai prodotti esposti. Invece no. È stata l’ennesima riproposizione del modello nazionale – che negli ultimi 30 anni circa, da quando visito per mestiere e per diletto questo genere di manifestazioni, ho visto replicato praticamente identico a Torino e Roma, a Bologna e Belgioioso, a Chiari ecc. ecc. Soltanto Mantova propone qualcosa di diverso.

Forse ciò significa che bisogna fare così. Il libro e ciò che ci gira intorno deve essere proposto in questo modo e basta.

Forse è anche per quello che di libri se ne vendono sempre meno.

Le fiere del libro italiane sono, in sintesi, librerie giganti. Si differenziano da quelle «normali» per il fatto che sono organizzate per stand gestiti autonomamente dai singoli editori, invece che per scaffali dove sono i librai a decidere quali volumi mettere in mostra e quali accostamenti tematici inventare.

Chi entra in quelle librerie ha già una mezza intenzione di comprare qualcosa, e più rapidamente lo trova meglio è – secondo le intenzioni della proprietà del negozio, perlomeno, che ha tra le ragion d’essere quella di guadagnare soldi.

Chi va a una fiera del libro, invece, ha intenzioni diverse. No?

Chi va a una fiera sa che comprerà qualcosa, ma non necessariamente. Va lì per scoprire qualcosa e qualcuno che non conosce, per sapere di più, per starci più tempo… se non altro per il motivo che paga un biglietto d’ingresso.

Forse sono io che esagero, o pretendo di di attribuire ad altri le mie motivazioni. Faccio parte della categoria di lettori che gli statistici definiscono «forti», dal momento che leggo in media più di un libro a settimana. In libreria, in biblioteca, in siti web dove si parla di editoria – entro diverse volte al mese. Tante cose circa i libri e chi li produce le so, o almeno mi sembra di saperle. Se vado a una fiera, cerco… be’, di più.

Quello che ho trovato a Milano è stato, invece, il solito. Meglio di me lo ha descritto tra gli altri Chiara Beretta Mazzotta sul suo blog BookBlister (per esempio al link: http://www.bookblister.com/2017/04/23/tempo-di-libri-e-di-riflessioni/). Lei, che di mestiere fa la editor, ha anche visitato una parte della fiera che ai lettori «normali» di solito non interessa, cioè quello riservato agli operatori. Lì si faceva la stessa cosa che negli altri padiglioni, cioè si compravano libri – ma per la maggior parte non ancora pubblicati. Lì il focus è sui diritti di edizione, sui progetti in divenire, sulle traduzioni, sulle versioni per il cinema e la televisione, sulle intenzioni artistiche che si spera di trasformare in prodotti vendibili, o perlomeno che qualcuno sia invogliato a comprare.

È giusto che quella parte della fiera, definita «professionale», rimanga separata e quasi nascosta? È ragionevole che il pubblico vi possa accedere? Magari la presenza di un pubblico romperebbe le scatole e disturberebbe certe discussioni sui contratti, ma forse no. A me, per esempio interesserebbe sapere cosa bolle in pentola.

Qui sto ancora proiettando all’esterno certi miei desideri personali, ma mi parrebbe bello sapere almeno in parte quali libri siano in preparazione. Potrei desiderare leggerli, magari. Potrei interagire (almeno in parte, almeno a livelli minimi ma per me importanti) con i produttori di libri, e far sapere loro se ciò che hanno in mente mi interessa o no. Dopotutto, se mi interessa sono più incentivato a comprare. Se loro sapessero che c’è interesse da parte del pubblico su un prodotto, lo produrrebbero con più razionalità.

Le fiere del libro e più in generale gli editori conoscono un «no» sicuro a quello che vendono – ed è il modo in cui lo hanno venduto negli ultimi decenni e lo stanno vendendo ancora adesso. Altrimenti gli indici di lettura non diminuirebbero così drammaticamente come stanno facendo.

Per avere dei «», forse, dovrebbero tentare qualcosa di diverso.

Autore: Guidoio

Sono un blogger, e ho un'idea circa quello che significhi e che, per qualche tempo, tenterò di far significare nel futuro. Sono nato nel 1965, nella provincia bergamasca, in una famiglia operaia (all'epoca esistevano). La televisione in bianco e nero entrò in casa mia quando ero bambino, il telefono arrivò dopo. Nella mia prima vita sono stato barista, operaio, venditore di libri. Nella seconda vita sono stato giornalista, ho aperto un giornale su carta, non mi sono adeguato alle usanze della tribù. Adesso apro questo sito, con un obiettivo che mi pare plausibile e la curiosità di vedere come potrà concretizzarsi.

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